“Hikikomori o Sindrome del Ritiro Sociale” di Rosanna Maria Della Corte

“Hikikomori o Sindrome del Ritiro Sociale” di Rosanna Maria Della Corte

marzo 19, 2020 News 0

Articolo della Dott.ssa Rosanna Maria Della Corte

Psicologa. Psicoterapeuta. Formatrice in Psicologia Giuridica. Iscritta all’Ordine degli Psicologi del Piemonte


Dal punto di vista neurobiologico e neuroscientifico l’adolescenza è la fase della vita più dotata di coraggio e creatività (Daniel Siegel, La mente adolescente, R. Cortina, 2018). Ma oggi abbiamo un numero crescente di ragazzi tra i 14 e i 30 anni che si isolano senza rapporti familiari né sociali: in Italia si parla di centomila, anche se studenti che non frequentano possono mantenere l’iscrizione scolastica e costituire un numero sommerso. Il loro ritiro può durare mesi o anni.

Questi ragazzi stravolgono  l’immagine dell’adolescenza e più in generale della giovinezza che a noi persone mature appare con un’ aura di regalità, così esaltante da non volercene allontanare.

Che cos’è la sindrome hikikomori?

Quanto all’inquadramento nosografico, le definizioni degli studiosi non sono state univoche, riconducendo il fenomeno a sindrome culturale o individuandone la specificità come nuova categoria diagnostica.

Se il DSM IV (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, 2007) ne faceva menzione come sindrome culturale, con il sostegno di chi lo considerava risultato di un “contagio” dal Giappone come era stata l’anoressia dagli Stati Uniti, l’ultimo DSM (DSM 5, maggio 2013) lascia aperto il dibattito. Se per sindrome intendiamo un’aggregazione di sintomi, possiamo considerare quali sono gli elementi caratterizzanti e attribuirvi o meno una valutazione propriamente patologica.

Il significato del termine H. nella lingua giapponese è “Isolarsi” ed in effetti l’isolamento, da noi tradotto preferibilmente come “ritiro sociale”, coglie l’elemento essenziale del fenomeno. Ma se da qualche punto di vista è possibile trattarlo come fenomeno unitario, dal punto di vista clinico e trattamentale occorre individuarne le diverse tipologie.

Senza entrare in una trattazione sofisticata, mi limito a sottolineare alcuni elementi di discrimine.

Ad es. l’età:  il preadolescente e l’adolescente si differenziano dal giovane adulto (che ad esempio potrebbe aver interrotto il percorso universitario o l’attività lavorativa), per una trattabilità presumibilmente più facile, soprattutto perché i genitori possono sviluppare una più efficace collaborazione con i professionisti dell’aiuto.

La durata dell’isolamento è importante ma anche difficile da computare con criteri certi, tenendo conto che talvolta l’esordio è complicato da sintomi distraenti, ai quali i genitori possono attribuire difensivamente spiegazioni più accettabili. E’ la loro percezione di allarme che assume un momento preciso, di solito quando il rifiuto della scuola diventa irremovibile. 

La separazione più o meno radicale del ragazzo dalla vita di famiglia (è mantenuto qualche scambio, esce per il pasto o quando la casa è vuota?) e la possibilità di una modalità coesa di reazione della coppia parentale piuttosto che di atteggiamenti  dei genitori anche profondamente diversificati. 

Non dobbiamo associare necessariamente l’H. con la dipendenza, né demonizzarla, visto che soprattutto inizialmente può evitare al ragazzo l’isolamento più radicale.  I casi più gravi non hanno alcuna relazione neppure in rete. Dunque anche il rapporto o meno di dipendenza del ragazzo da Internet, con videogames che possono essere giocati in solitaria o con compagni lontani, con intrattenimenti che possono assumere la valenza di un allontanamento dal principio di realtà, tutto ciò può costituire elemento di importante conoscenza delle diverse motivazioni profonde del singolo e delle sue difese. Anche da ciò dipendono una differente valutazione diagnostica  e indicazioni per orientare l’intervento clinico. Teniamo in considerazione che talvolta la scelta di “vivibilità minimalista” degli H. può anche rappresentare una copertura di ideazioni suicidarie non emerse altrimenti.  

Infine, non dobbiamo identificare gli H. con i NEET (NITO in Giappone), Not in Education, Employment or Training, giovani che non studiano e non lavorano né si preparano a qualche prospettiva d’impegno, resistendo passivamente alle pressioni esterne anche per lungo tempo, ma senza rinunciare a frequentare il proprio ambiente di vita e a mantenere delle relazioni interpersonali. L’Italia è risultata prima nell’ambito europeo per aver raggiunto nel 2017 la percentuale preoccupante del 27,5% di NEET. 

Chi sono questi ragazzi? Come arrivano al ritiro sociale?

I ragazzi hikikomori sono prevalentemente maschi, figli unici o primogeniti; ciò pone un elemento in più accanto alla problematica della faticosa evoluzione dell’identità corporea del ragazzo adolescente di fronte al sentimento di inadeguatezza delle proprie fattezze (sentimento accentuato nella civiltà dell’immagine). Secondo l’antropologa Carla Ricci, che ha studiato l’H. in Italia e in Giappone,  la cultura di ambedue i Paesi influenza particolarmente le dinamiche affettivamente privilegiate tra madre e figlio, caratterizzando gli atteggiamenti educativi materni nei confronti della mascolinità che il figlio sviluppa e manifesta nei comportamenti. A quanto segnalano le statistiche, gli H. italiani, a somiglianza di quelli Giapponesi, hanno famiglie collocate in una fascia sociale medio-alta e  genitori dotati di titoli culturali. L’ipotesi prevalente individua un fattore determinante dell’orientamento al ritiro nella pesante influenza delle aspettative genitoriali introiettate e intimamente pressanti per il ragazzo H.

A tal proposito un dato comunemente accolto dagli studiosi è la “ sparizione “dell’adolescenza edipica , a favore di un’adolescenza narcisistica, sostenuta nell’infanzia  e attesa dai genitori come fase di transizione alla nascita di una personalità corrispondente ad alte, quasi mitizzate, aspettative di affermazione e di successo.

Non possiamo stupirci di questo. La spinta ad affermazioni autocentrate di potere individualistico in qualunque modo conquistato sembra sovrastare ogni dimensione valoriale come condizione di sopravvivenza. 

L’adolescente è etimologicamente colui che sta crescendo (da adolescere, lat.) ed è affamato di riconoscimento, di risonanza, vuole sentire di essere visto ma spesso gli adulti se ne fanno un ritratto immodificabile e di quello s’innamorano. Chiunque di noi può reagire con disagio se qualcuno  che presume di conoscerci a fondo, pretende di descriverci invece di darci la parola e ascoltarci. Mentre la mamma comincia a raccontare “Mio figlio…”, il ragazzo storce la bocca insofferente. Non è essere posto in cornice che risponde ai suoi bisogni. Il problema è quando anche i ragazzi si sono identificati/innamorati del ritratto ma ad un certo punto non ci si ritrovano più. Senza avere altro che un sentimento di estraneità sofferta e il bisogno di fuggire da sé. Nascondendosi, rendendosi invisibili per non arrossire di vergogna, rivestendosi di avatar che dicono molto di quanto dentro di loro è rimasto senza voce o senza risposta.

Semplificando, potremmo dire che oggi l’adolescente,  non trovando più di fronte l’adulto come colui che regge la sua opposizione,   si volge ai pari che diventano il termine di riferimento. Se regge l’ inserimento in un gruppo, esso diventa la sua prima agenzia educativa. Ma per questi ragazzi iI confronto con i coetanei non è sopportabile, perciò la scuola che quotidianamente impone una compresenza e conclama il grado di popolarità di ciascuno, diventa un contesto impraticabile. Spesso il rifiuto si colloca nel passaggio ad un diverso grado di istruzione, in corrispondenza con una fisiologica fase di riadattamento. Non necessariamente nella vita scolastica ma comunque nell’ambito delle relazioni interpersonali, a molti di loro si è presentata, in un  momento cruciale, una prova che segna il punto di non ritorno e li spinge in un bunker. Ricostruire le circostanze di questo episodio di “esperienza impossibile”può essere molto difficile. Loro non parlano, sono invece i genitori che, dopo aver superato l’imbarazzo del cambiamento che all’esterno viene notato,  esprimono la propria sofferenza dal baratro del sentimento di vergogna e mortificazione, di impotenza e di fallimento, con reattività aperta o delusività chiusa. 

 Come Leopardi nella sua profonda solitudine di fronte alla rigidità ingessata dell’aristocrazia del suo mondo ( trovando però  anche la strada della satira nei suoi Dialoghi), così gli H., rifugiandosi nella solitudine del loro ritiro sociale, in qualche modo mettono il dito nella piaga e mostrano le insufficienze e le contraddizioni della società in cui vivono, pur nelle loro manifestazioni meno consapevoli. Alcuni paradossi gli studiosi dell’età evolutiva  li hanno da tempo denunciati, in primo luogo lo squilibrio tra la maturazione puberale sempre più anticipata da un lato e, dall’altro, l’allontanarsi della possibilità di gestire autonomamente la propria vita, a causa di motivi economici, ma con pesanti ricadute psicologiche, sociali e culturali. La guerra ormonale spinge ad un’espressione  precoce della sessualità, agita ma non sorretta da una corporeità integrata nel nuovo Sé, senza elaborazione del desiderio, senza una partecipazione profonda alle esperienze progressive di conoscenza e di intimità nell’incontro con l’altro, sessualità infine spesso distorta. Nei nostri giovani le vicende del corpo rischiano di situarsi tra la mercificazione (con l’aiuto delle tecnologie) e il sacrificio (dal cutting individuale alle pratiche di asfissia giocate in gruppo…)(1). In casa per converso  la genitorialità si spinge in un comprensibile scivolamento di atteggiamenti iperprotettivi “fuori termine”e la permanenza in seno alla famiglia si perpetua per lunghi anni. 

E la fisiologica fase della separazione-individuazione?

La continuità di un legame ipoevoluto coi genitori si evidenzia nella  permanenza degli H. nel “nido”, in casa. E nello stesso tempo, a loro modo, vivendosi soli, “si disconnettono” dal contesto familiare. Esprimono anche ciò che spesso vorrebbero fare gli adulti, specie in certe situazioni di pressione forsennata del mondo aziendale, dove si rincorrono i trend prima che si delineino scopertamente, si deve reinventare il proprio ruolo senza neppure avere il tempo di configurarlo con un minimo di sicurezza psicologica. Però bisogna sempre esserci, essere in scena.

I ragazzi che fanno uso continuativo di Internet in realtà dimorano nella connessione, che è un altrove. Anche il posto di lavoro di molti adulti non è più un luogo, con una sede geografica e relazioni stabili. Tendiamo tutti a passare ore in connessione o al telefono, ma si riducono i contatti intimi e le relazioni profonde con chi ci è vicino.  L’identità sociale di figlio, di studente dev’essere cancellata. Come acutamente intuisce David Le Breton (Fuggire da sé, Cortina, 2016), nella rete “Io sono ciò che dico di essere”, in una scena teatrale di cui nessuno viola le quinte.

Per questi ragazzi la cameretta è uno spazio fisico unico, delocalizzato, da cui tendenzialmente non si esce e in cui nessuno entra. Azzerare il movimento, evitare di uscire all’aria aperta, stravolgere già nella prima fase di ritiro il ritmo circadiano sonno-veglia e quello dell’alimentazione,  è fonte di problemi anche dal punto di vista medico.

Il tempo è totalmente  rimosso, “Che giorno è? Che mese è?”o anche “Che anno è?” Ad un certo punto ne perdono la cognizione. Eppure non si sono rilevate in questi ragazzi insufficienze a livello cognitivo e il grado di intelligenza è frequentemente alto. 

Allora che fare ?

Ad oggi non esiste un protocollo clinico efficace sulla base di evidenze scientifiche (Matteo Lancini, Il ritiro sociale nell’adolescenza, R. Cortina, 2018). 

Per la sindrome da ritiro sociale, sono stati utilizzati, come precedentemente in Giappone, strumenti psicodiagnostici, ma non abbiamo la possibilità di far capo a criteri riconosciuti da tutta la comunità scientifica. L’accuratezza di una diagnosi differenziale si rivela  pertanto indispensabile.

Dal punto di vista psichiatrico e psicopatologico si è verificato se vi fosse la presenza di compromissioni di tipo psicotico, schizoidi, di disturbi della personalità. Si è ricercata la presenza diepisodi che segnalassero sintomi psicopatologici prima, durante o dopo il ritiro. Il 45% degli hikikomori non ha mai avuto in precedenza alcun disturbo psichiatrico.   In alcuni casi si individuano esiti postraumatici, con particolare frequenza di disturbi di personalità di tipo evitante. Accanto alla comparsa di ansie, Paracchini e Rossetti (in Spiniello, Piotti, Comazzi, Il corpo in una stanza, Angeli, 2015) hanno evidenziato la presenza di fobie che si presentano con grande frequenza, a partire dalla fobia scolare che, come già accennato, segna un punto di svolta nella vita del ragazzo.  Questa fase, inizialmente mascherata con manifestazioni di malessere anche settoriale relative all’esperienza scolastica, colpisce in toto le relazioni sociali e sfocia in un rifiuto non più negoziabile nonostante i genitori tentino di rivitalizzare qualche contatto con compagni e coetanei. La fobia sociale si esprime in modo irreversibile soprattutto in direzione dei pari, così come  la fobia dello sguardo: “Ai compagni di classe viene attribuito un potere assoluto perché hanno uno sguardo che incenerisce, capace di smascherare la propria bruttezza e inadeguatezza intellettuale, corporea e relazionale” (M. Lancini, op. cit.). Sono indicate poi la fobia del desiderio, dovuta all’aver appiattito ogni proiezione futura e la dismorfofobia, che muove dal riconoscere inadeguatezza definitiva  nella considerazione di sé. 

Ecco dunque l’aggravarsi delle condizioni cliniche del ragazzo H. e conseguentemente una perdita di efficacia dell’intervento, come segnala la valutazione del rischio del Prof. Pastorelli che indica le fasi e i punti critici da tener presenti sia sotto il profilo dei professionisti dell’aiuto che dal punto di vista delle politiche sanitarie (https://www.avvenire.it/attualita/pagine/inclusione-fenomeno-hikikomori-100mila-casi-in-italia).

Quanto al trattamento, studiosi di differenti approcci  scientifici hanno effettuato le loro sperimentazioni in numerose regioni italiane. L’associazione Hikikomori Italia ha raccolto interviste dai ragazzi e realizzato esperienze su tutto il territorio nazionale, anche in partnership con Forum Lex- professionisti in rete. L’Istituto Minotauro ormai da anni ha impegnato le sue competenze psicoanalitiche nella psicoterapia degli H. Altri studiosi hanno affrontato il problema con approccio cognitivo-comportamentale. Si è cercato di trarre esperienza dal Giappone, ma si sono anche avviate modalità nuove per affrontare il problema, estese all’ambito della psicologia di comunità. Tra le diverse iniziative che affrontano la necessità di una responsabilizzazione sociale a livello di gruppo, a mio avviso, sarà interessante verificare l’esito di gruppi di ragazzi che si dedicano a dare un loro supporto ai coetanei, in quanto ex H., (come avviene per i drogati con l’aiuto di ragazzi usciti dalla dipendenza), o giovani impegnati a  portare in Italia esperienze da diverse parti d’Europa come nel progetto italiano KHIK it . Strategies to engage socially isolated youngsters, messo a punto dall’Associazione Akira e cofinanziato dal programma Erasmus +, che organizza un incontro di analisi e sensibilizzazione col supporto di facilitatori. L’utilizzo eventuale di farmaci si rivolge soprattutto ad ansiolitici e antidepressivi, ma sul punto degli psicofarmaci e anche delle strutture psichiatriche destinate ai minori c’è un dibattito aperto.

Quali risorse?

I genitori sono una risorsa importante, non solo sul piano informativo nel riportare i comportamenti del figlio e la storia preesistente al ritiro. Opportunamente sostenuti, accompagnati in un’ elaborazione delle dinamiche presenti nell’ambito familiare da professionisti, possono porsi con adeguatezza e coerenza di fronte alle difficoltà che l’H. pone con la sua chiusura.  Quando il ragazzo è adolescente, non conosco interventi che prescindano da un notevole lavoro proprio con i genitori. Anche la valorizzazione del loro apporto segue però le metodologie che sono state messe a punto per il trattamento, come diverso è il modo di intervenire quando si apre qualche spiraglio e il ragazzo affronta l’incontro. 

Possiamo parlare di prevenzione?

Per quanto riguarda la famiglia, è indispensabile intervenire nella fase iniziale,  quella dell’espressione di ansie e resistenze opposte dai ragazzi nei confronti della frequenza scolastica. Qui una consultazione tempestiva è decisamente promettente, anche se  i genitori, pur non esenti da ansia, possono trovare difficoltà ad accettare un trend preoccupante nel comportamento dei figli. 

A livello sociale, sanitario e politico, costruire una prospettiva di attività volte alla prevenzione non dev’essere ridotto a facile slogan. Non è questa la sede per analizzare le diverse proposte che gli studiosi hanno costruito da quando il problema si è presentato nel nostro Paese.  Anzi, l’evenienza del ritiro sociale ha richiamato la necessità di verificare la validità degli interventi che su più larga scala sono stati sperimentati nel tempo, per sostenere l’arco dell’età evolutiva anche prima dell’adolescenza, soprattutto tendenti a valorizzare il rapporto tra la famiglia e la scuola, ma anche a dotare la scuola di strategie e contenuti più moderni ed attrattivi, come raccomanda Umberto Galimberti,  di strumenti di espressione diretta ed anonima del disagio degli studenti a partire dalla preadolescenza (sportelli, counseling), interventi di sensibilizzazione e di monitoraggio che pur collocandosi nell’aula scolastica, spingono all’emersione del disagio in famiglia e nella scuola stessa, per prevenire esperienze dense di carica potenzialmente traumatica.

 

Note

(1) Ciò non per gli hikikomori per i quali  il corpo e la sessualità, denegati, sembrano aver perso la loro valenza identitaria.

 

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